The worst case
Cosa deve capitare in Italia per superare la linea rossa
Esiste una soglia oltre la quale l’Italia potrà fare il botto? C’è chi osserva, per esempio, che il salvataggio diventa necessario quando i mercati chiedono più del 7 per cento sui titoli di stato. Passato il 5,5 per cento, Irlanda, Grecia e Portogallo hanno resistito poche settimane: superato il 7, si è reso necessario il salvataggio. E’ uno scenario plausibile per l’Italia, anche se ieri la Borsa ha chiuso in sostanziale pareggio? Leggi Il tracollo può attendere (per poco) - Leggi Non c’è un solo deficit a cui badare. Più che i conti, può la bilancia - Leggi L'INTERVENTO DI DRAGHI E TREMONTI ALL'ABI
5 AGO 20

Comunque sia, il professore della Bocconi, insieme con il collega dell’Università di Chicago, Luigi Zingales, sabato scorso ha scritto che “il momento del contagio finanziario è arrivato”. Chiosa Alberto Bisin, professore di Economia alla New York University: “I mercati ci dicono che la situazione non è sostenibile e che le misure proposte non bastano. In altre parole, non si fidano del paese e di chi lo governa. Non significa che siamo al capolinea, spazi di manovra ci sono. Quello che manca, ancora, è la volontà politica di agire: ma prima o poi ci saremo costretti”.
Scadenze certe per il futuro insomma non ce ne sono: “L’Italia si avvicina all’occhio del ciclone – si limita a prevedere Perotti – e l’esperienza internazionale dimostra che quando crolla la fiducia poi la situazione precipita in maniera rapidissima”. Bisin concorda: “Più aspettiamo, peggio è. L’aumento dei tassi significa che, nei prossimi anni, la spesa per interessi aumenterà di qualche miliardo di euro all’anno. Questa spesa è garantita da un lato dagli attivi patrimoniali pubblici, dall’altro, implicitamente, dal risparmio privato. Quindi, o interveniamo sulla spesa, o dovremo farlo sul prelievo, e l’esecutivo non sembra avere credibilità e forza per farlo”.
Scadenze certe per il futuro insomma non ce ne sono: “L’Italia si avvicina all’occhio del ciclone – si limita a prevedere Perotti – e l’esperienza internazionale dimostra che quando crolla la fiducia poi la situazione precipita in maniera rapidissima”. Bisin concorda: “Più aspettiamo, peggio è. L’aumento dei tassi significa che, nei prossimi anni, la spesa per interessi aumenterà di qualche miliardo di euro all’anno. Questa spesa è garantita da un lato dagli attivi patrimoniali pubblici, dall’altro, implicitamente, dal risparmio privato. Quindi, o interveniamo sulla spesa, o dovremo farlo sul prelievo, e l’esecutivo non sembra avere credibilità e forza per farlo”.
Perotti e Zingales hanno proposto di “anticipare gli effetti della manovra e raggiungere il pareggio di bilancio entro un anno”. Quasi 50 miliardi di manovra in 12 mesi: la cura non rischia di essere letale? Perotti elenca tre contro-obiezioni: “Primo, i mercati – questo è un dato di fatto – ridono, si fa per dire, all’idea che il governo annunci risparmi di spesa di qui al 2014, ovvero per una data in cui l’attuale esecutivo peraltro non sarà più al potere. Senza contare che i governi che nella storia sono riusciti in operazioni di rientro dei conti pubblici, hanno iniziato sempre con significativi tagli alla spesa da subito”. Ma di qui al 2014 l’economia mondiale potrebbe riprendersi e rendere più tollerabile il rigore: “Torniamo nel campo delle scommesse, e i mercati non si lasciano convincere”. Del resto, dice Perotti, “non è scritto da nessuna parte che una manovra di grossa entità debba deprimere l’economia”. Tutto sta a come si modula la manovra, come spiegano Perotti e Zingales con un vero e proprio decalogo sul Sole 24 Ore di oggi: “Risparmi e crescita potrebbero venire per esempio dalla privatizzazione delle grandi società pubbliche – anticipa Perotti – oltre che ovviamente dalla presa d’atto che siamo il paese che in Europa spende di più, in proporzione al pil, per le pensioni”. Senza dimenticare che proprio il professore della Bocconi resta uno dei più convinti sostenitori di possibili tagli alle tasse: “Ovviamente a fronte di ulteriori riduzioni di spesa”, aggiunge.
Se la politica non dovesse realizzare tutto questo, gli scenari anche per l’Europa sarebbero inediti. Parlare di “salvataggio” sarebbe semplicistico, sostiene Perotti, se non altro perché “c’è salvataggio e salvataggio. Negli anni 70 il Fondo monetario internazionale intervenne nel Regno Unito. Dopodiché è arrivata Margaret Thatcher e il paese, oltre a restituire il prestito, ha attraversato un boom economico. In Grecia, invece, a oltre un anno da un salvataggio di oltre 100 miliardi di euro, ci troviamo a discutere di un secondo salvataggio”. Il worst case scenario per l’Italia, per ora, consente di prevedere soltanto una cosa: “Un soccorso delle proporzioni di quello greco, nel nostro caso, è insostenibile per l’Europa. Al massimo potrebbe arrivare una mano se un’asta dei titoli del debito andasse male. Ma se il paese non riuscisse a rifinanziarsi sul mercato, sicuramente non ci saranno un anno o due per discutere su eventuali soluzioni, come sta avvenendo in Grecia, prima di dover dichiarare default”.
Attenzione, però. Spiega Bisin: “Il default arriva quando, a fronte di una spesa per interessi crescente, non c’è più nulla da tagliare o da tassare. Questo punto di rottura, in un paese come l’Italia che ha una vasta spesa pubblica e un ingente risparmio privato, è soprattutto politico e sociale. Il livello di guardia, cioè, dipende da quando la gente scenderà in piazza perché non accetterà le politiche di austerity. Il paradosso è che più le rimanderemo, più queste politiche diventeranno dolorose. Più aspetteremo prima di tagliare robustamente e strutturalmente la spesa pubblica, più dovremo farlo in fretta e quindi in modo poco ponderato. Invece, se lo facciamo presto e bene, otterremo un doppio risultato: mettere in sicurezza il paese e frenare l’aumento degli interessi”. Insomma: “In astratto, se nessuno fa nulla, prima o poi il debito esplode: ma uno scenario in cui nessuno fa nulla è improbabile, perché ci sono enormi pressioni dei mercati e delle istituzioni internazionali. Se non sarà questo governo – conclude – sarà il prossimo. Non agire non è un’opzione”.